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L’Oro di Bankitalia non è più del popolo italiano. Un furto da 120 mld. Ecco i responsabili

 

Ancor oggi non si sa dove sia finito l’oro di Bankitalia, valore stimato circa 120 miliardi di euro, pari a 2541 tonnellate, una goccia rispetto a quello posseduto
dallo Stato Vaticano, 60.350 tonnellate, primo al mondo, quasi 8 volte quello posseduto dagli Usa. Avete capito bene? Ma non compare nemmeno nelle classifiche dei primi 10 Paesi detentori. Già un anno fa, chiedemmo “lumi” al ministero del Tesoro, a Bankitalia stessa, all’Abi, per cercare di capire quale fosse il gioco che si stesse facendo sulla pelle degli italiani. Silenzio assordante. Nessuno rispose alle nostre e-mail. Allora ci siamo attivati diversamente. Gli italiani pronti a scendere in piazza per una manciata di soldi, non vedono oltre il proprio alluce. Il passo in avanti non deve essere decodificabile. La nostra risposta è: alle banche che ne detengono il controllo. In primis, Unicredit ed Imi San Paolo, anche se una recente normativa del solito Renzi il banchiere, decretò che nessuna istituzione bancaria e finanziaria possa detenere oltre il 3% del capitale, facendo così un regalo enorme soprattutto ai due istituti colosso, che hanno rivalorizzato le quote da 165 mila euro ad oltre 7 miliardi. Facile capire chi ci ha guadagnato. Fatto è che quando ancora c’era l’Iri, le banche che controllavano Bankitalia erano pubbliche. Oggi non è più così. A far chiarezza sulla questione ci aveva provato Tremonti, nel 2005 ma tutto è naufragato nel peggiore dei modi, e poi lo stesso ministro, non a caso perse la poltrona. Tremonti, infatti, aveva fatto approvare una legge per far tornare la proprietà di Bankitalia in mano allo Stato, previa l’approvazione entro tre anni di un regolamento per il passaggio delle quote;

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ma nel 2006 il centrodestra perse le elezioni e i tre anni passarono senza che tale regolamento vedesse mai la luce. Ed il Pd “ guardingo”, ed a favore del popolo sovrano, dove era? In dormitorio? Alla scadenza dei tre anni tuttavia un articolo dell’allora rettore della Bocconi Guido Tabellini riapri la questione. L’articolo è ancora oggi di grande interesse, poiché l’autore non è certo imputabile di teorie eterodosse e gli argomenti affrontati sono di straordinaria attualità. Vi scrive apertamente che “…il patrimonio della Banca centrale è frutto del signoraggio passato e appartiene a tutti i cittadini; non può certo essere riconosciuto alle banche azioniste”

 

 

La questione dalle dimensioni immense, è quella delle riserve d’oro italiane, che ammonterebbero a 2.452 tonnellate e sono al terzo posto nel mondo.. Alle quotazioni del metallo giallo, il controvalore in euro è di almeno 80 miliardi. Le domande fondamentali sono almeno tre: dove sia custodito l’oro, chi ne abbia la proprietà, a che cosa può servire. Le risposte sono drammaticamente negative per il popolo italiano. Solo circa 1.200 tonnellate si trovano a Palazzo Koch, sede di Bankitalia, meno della metà. La proprietà, giuridicamente, è in capo alla stessa Banca, che, è un organismo privato, sia pure investito di funzioni pubbliche, partecipante della Banca Centrale Europea, ed i suoi azionisti sono le maggiori banche “italiane”, tranne uno striminzito 5 per cento in mano all’INPS. Le virgolette poste sull’aggettivo italiane riguarda il fatto che tutte, diciamo tutte, le banche interessate hanno importanti azionisti esteri, in alcuni casi sono controllate da istituti stranieri, a partire dai due giganti Unicredit e Intesa San Paolo. Anche la Banca detta d’Italia, è il gotha della finanza mondiale. Quanto all’uso o alla funzione della riserva aurea, le cosiddette autorità finanziarie affermano che essa “costituisce un presidio fondamentale di garanzia per la fiducia nel sistema Paese”. Due osservazioni: poiché Bankitalia fa parte dell’Eurosistema, la garanzia si estende agli altri Stati che fanno parte dell’Eurozona, il che pare quanto meno improprio; se poi occorre garantire attraverso l’oro il “sistema Paese”, orribile espressione sinonimo di Italia, chi, se non lo Stato, deve detenerla ed eventualmente deciderne un utilizzo, attraverso governo e parlamento? Eh no, poiché, dicono lorbanchieri, la riserva è nostra, è della sacra istituzione di cui è governatore Ignazio Visco. Ebbene, questo è il punto: le riserve auree sono indiscutibilmente proprietà del popolo italiano nella sua continuità storica, di cui la banca di emissione (ormai ex, il potere è di BCE) è solo uno strumento tecnico. La sua privatizzazione fu conseguenza degli scellerati, criminali accordi del panfilo Britannia, presenti Andreatta, Carlo Azeglio Ciampi ed il giovane allora dirigente di Goldman & Sachs Mario Draghi, ma le banche azioniste, comprate per poco più di un tozzo di pane, non hanno mai acquisito ufficialmente la proprietà dell’oro. Fortunatamente, per statuto, non possono disporne, come del resto neppure i sedicenti proprietari, ovvero l’istituto privato di diritto pubblico ( un ircocervo !) Banca d’Italia. Non vi è dubbio che l’oro è stato acquisito con il sacrificio di molte generazioni di italiani, e che dunque la proprietà deve essere restituita al nostro popolo. La realtà è ben più grave: innanzitutto, esiste ancora quell’oro? Quali furono, e sono, i motivi della sua esportazione? C’entrano forse clausole indicibili del trattato di pace con le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale? Chi, ed a quali condizioni ha titolo per chiederne, o pretenderne il rimpatrio? Troppi segreti si celano attorno all’oro, anzi all’”oro fisico”, come lo chiamano nel mondo di carta della finanza speculativa. La Cina sta rapidamente aumentando le sue disponibilità, ed ha inaugurato quest’anno un mercato di metalli preziosi denominato in yuan a Pechino, la stessa Russia sta cautamente procedendo ad acquisti. Qualunque motivazione abbia portato parte del nostro oro lontano dall’Italia, forse venduto, forse dato in pegno, è comunque da considerare criminale ed i responsabili, in tempi seri, sarebbero chiamati a rispondere di alto tradimento. Insomma, un altro furto, quello del millennio, a danno di tutti noi. Quel che colpisce profondamente è il disinteresse della classe politica, e del popolo, ma la spiegazione non è tanto difficile: chi tocca i fili muore.

 

 

Prelievo Forzoso dei Risparmi Italiani

Riflessioni su patrimoniale al 20%

e mondo cripto

Una patrimoniale del 20% sulla ricchezza netta delle famiglie italiane per abbattere il debito pubblico tricolore. La proposta è arrivata dalla Bundesbank, anche se il governatore Jens Weidmann ha precisato che trattasi di una ricetta che il capo della divisione Finanze, Karsten Wendorff, propinerebbe a titolo personale. E le cripto in tutto questo?

 

Casa: meglio acquisto o affitto?

cosa conviene?

spiegato da un economista

( mutuo / cash)

Conviene acquistare casa (con mutuo o senza) o andare in affitto? Vediamo cosa ne pensano: – italiani – professori universitari – finanza personale Sostanzialmente in alcuni casi l’affitto può essere più conveniente dell’acquisto (es deflazione e decremento valori immobiliari e canoni), in altri può essere più conveniente acquistare. Cosa succede se utilizziamo la leva per acquistare case da mettere a reddito e andare noi a vivere in affitto dove vogliamo? generando cosi un Cashflow? i problemi dell investimento immobiliare

 

Previsioni BTC se vari mercati entrassero in Crypto

 

 

 

ART. 1834 Tuoi Soldi appartengono alle banche per Legge

 

Articolo 1834 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Depositi di danaro

 

Dispositivo dell’art. 1834 Codice civile

Nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà ed è obbligata a restituirla (1) nella stessa specie monetaria (2), alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante, con l’osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi (3).

Salvo patto contrario, i versamenti e i prelevamenti si eseguono alla sede della banca presso la quale si è costituito il rapporto (4).

 

Note

(1) Si tratta di deposito irregolare, con il quale il depositario diviene proprietario del bene ed è obbligato alla restituzione del tantundem eiusdem generis. Di solito tali operazioni vengono eseguite in un conto corrente: si applicano, quindi, anche le relative norme (1852 ss., 1857 c.c.).
(2) La banca è debitrice del depositante: pertanto, se il deposito è fatto in valuta estera essa ha facoltà, alla sacadenza, di liberarsi corrispondendo quanto dovuto nella moneta avente corso legale ovvero nella moneta estera depositata (1278 c.c.).
(3) Il preavviso costituisce un onere a carico del depositante.
(4) Quasi sempre, tuttavia, le parti si accordano per consentire i depositi ed i prelevamenti anche in filiali diverse da quella di conclusione del contratto.

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Ratio Legis

Il contratto soddisfa gli interessi di entrambe le parti. Il depositante, oltre a cautelarsi da eventi quali il furto o lo smarrimento, può ottenere un vantaggio economico dovuto agli interessi che le somme depositate producono. La banca, a sua volta, mediante la raccolta del denaro accumula capitali da concedere onerosamente in prestito a terzi, ad esempio mediante mutui (1813 c.c.).

Spiegazione dell’art. 1834 Codice civile

Portata della norma

La disciplina positiva del deposito bancario in generale viene limitata dal legislatore al solo deposito irregolare di denaro, che, a seguito del noti divieti dei cosiddetti comodati bancari irregolari, diviene l’ unica forma possibile di deposito ad uso.

L’unico articolo del nuovo codice riferito al deposito ad uso si limita a dare la fissazione della struttura funzionale di questo tipo nelle sue diverse conformazioni tecniche. Il deposito di denaro ad uso viene considerato come deposito a vista, per quale il depositante ha il diritto di chiederne il pagamento ad nutum, come deposito semplice dopo preavviso, per il quale il diritto di chiederne il rimborso è subordinato alla notifimzione fatta dal depositante alla banca circa la data per la quale il pagamento dovrà effettuarsi, ed infine come deposito a scadenza fissa (individuato oggi nei cosidetti buoni fruttiferi e nel depo­sito vincolato), per il quale la richiesta del pagamento dovrà intervenire al termine preventivamente stabilito.

La norma sul deposito ad uso di denaro è volutamente formulata in modo generico e lascia di conseguenza piena libertà alle parti contraenti di procedere alla fissazione delle condizioni particolari e specifiche entro le quali e secondo le quali il contratto dovrà svolgersi. Nel silenzio della legge la regolamentazione particolare del contratto risulterà fornita dagli usi bancari e particolarmente da quelli schemi che le banche predispongono per la formazione e per l’attuazione del rapporto, e che vanno genericamente sotto il nome di condizioni negoziali di deposito bancario. Nonostante la non ancora ben individuata natnra ginridica di tali condizioni, la dottrina afferma che essi costituiscono elementi formativi di vincoli contrattuali, dei quali ammette la validità e l’efficacia regolamentare entro determinati limiti.

Deposito ad uso e i suoi effetti

Il deposito di denaro ad uso obbedisce alle norme generali sulla capacità e sulla validità dei contratti e risponde a regole particolari discendenti dalla propria struttura. Secondo la dottrina dominante, il deposito ad uso di denaro costituisce un contratto umlaterale, come tale non soggetto alla exceptio inadimpleti contractus, nè alla condizione risolutiva tacita. È un contratto reale, per cui, ove manchi la traditio, si avrà un pactum de contraendo e non un deposito. Per la sua natnra di rapporto viene considerato a titolo gratuito, in quanto il contraente ne avrà vantaggio soltanto in caso di stipulazione di un inteiesse, e libero dall’impiego di forme solenni per la conclusione, nonostante per esso si richieda la prova scritta.

La norma espressa nell’articolo in esame verte sulla fissazione della reciproca posizione della banca e del depositante, limitandosi peraltro alla disciplina di soltanto alcuni degli aspetti di queste rispettive posizioni.

Per effetto del deposito bancario ad uso, dice l’articolo, la proprietà della somma depositata passa al depositario, il quale è tenuto a restituire la medesima somma numerica ricevuta o in moneta legale o nella medesima specie e quantità, ove cosi sia stato pattuito (salve, si intende oggi, le inibizioni sul cambio e traffico delle specie monetarie). Per quanto niente ci dica l’articolo in esame, risulta dalla regolamentazione in generale del deposito che il pagamento dovrà assere fatto dalla banca a chi è legittimato attivamente a riceverlo, dietro presentazione del docu­mento di legittimazione cosi pure, che la banca ha il diritto di compensare i suoi crediti col debito liquido ed esigibile verso il depositario, mentre non ha il diritto di esercitare il cosidetto diritto di ritenzione, come risulta chiaro dall’eliminazione, dalla nuova disciplina del deposito in generale, della norma già contenuta nell’art. #1863# del vecchio codice cod. civ. , dovuta alla configurazione di questo tipo contrattuale più come mutuo che come deposito. La presenza di una norma espressa sul deposito bancario di denaro ad uso, collegata alle nuove norme sul deposito in generale ed a quella in particolare posta nell’ art. 1782 del c.c., risolve il problema centrale di questo tipo contrattuale, che, come gia si è detto, ha avuto in passato tanto in dottrina che nella giurisprudenza diverse soluzioni.

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Rimane esclusa in primo luogo la possibilità di considerare il deposito di denaro ad uso come contratto innominato o atipico e cosi pure vengono escluse le altre tesi configurabili al suo riguardo, e tutto ciò, ormai, per effetto dell’esplicita sanzione del passaggio della proprietà dal depositante al depositario. Potrebbe forse ancora ritenersi incerto se il contratto possa essere distinto in deposito irregolare o in mutuo a seconda che si tratti di deposito a vista ed a breve preavviso, oppure si tratti di deposito a lungo preavviso o a scadenza fissa. Dalla norma attuale, collegata con quella dell’ art. 1782 del c.c., discende immediatamente l’individuazione del rapporto in un mutuo fatto dal depositario alla banca mediante il deposito. L’elemento che quella tesi adduceva quale distintivo fra mutuo e deposito, l’essere cioè il deposito rimborsabile a vista o a breve preavviso, di fronte alla nuova disciplina del contratto in questione, non si può considerare in modo alcuno decisivo. L’ art. 1816 del c.c. lascia perfettamente adito al mutuo rimborsabile a vista, a breve preavviso, come a lungo preavviso od a termine, così come già ebbe a ritenere una nostra notevole corrente dottrinale.

Oggi nel deposito bancario di denaro ad uso, ove non sia stata stipulata una data certa, il rapporto può diffidarsi a volontà da una delle parti. La stipulazione di una data certa interviene per lo più o nell’interesse della banca che si assicura così la disponibilità della somma per il periodo stabilito, o nell’interesse dei terzi che possono avere sul deposito dei controdiritti, oppure nell’ interesse del medesimo depositante che dalla data certa trae un vantaggio ed una tutela (si veda ad esempio il deposito fatto per un minore o per una persona sotto tutela).

Scadenza e obbligo di preavviso

Così fissata la posizione del depositario rispetto al rapporto il nuovo articolo sul deposito di denaro ad uso procede alla della posizione del thpositante. A questi, oltre il diritto di ottenere la restituzione del tantundem depositato, spetta normalmente il diritto d’avere gli interessi, o i premi o la provvigione stipulata o prevista dagli usi. Questo principio convalida l’accostamento del deposito al mutuo, dato che sarebbe inconciliabile l’obbligo della banca col fatto del deposito intervenuto nell’esclusivo interesse del cliente, per il quale sarebbe appunto la banca che dovrebbe avere un diritto ad un compenso per il servizio di custodia che presta al di lui favore.

L’obbligo fatto al depositante di rispettare il termine di preavviso per ottenere il pagamento di quanto depositato, in caso di rapporto disdettabile ad nutum, cosi come sarà pattuito dalle parti o dagli usi, e oggi configurato nella sua finalità sostanziale quale mezzo di garanzia e di assicurazione in favore della banca depositaria, onde adessa sia dato il tempo utile e necessario per provvedere alla provvista delle somme necessarie per soddisfare alla propria obbligazione. E questo principio, che oggi viene esplicitamente sancito dalla norma in esame, discende direttamente dalle norme generali pubblicistiche in tema di tutela del credito e mira ad evitare quelle crisi verificatesi in passato a seguito di un’improvvisa, e qualche volta ingiustificata, richiesta di restituzione in massa dei depositi monetari presso le banche, quale conseguenza del venir meno di quell’elemento di fiducia che è presente in questo rapporto.

Luogo del versamento e prelevamento

Nel capoverso dell’articolo si ha la piena codificazione di un principio ormai radicato in tema di deposito ad uso, espresso da un non meno radicato uso bancario. La banca è tenuta ad eseguire il pagamento a chi è legittimato attivamente e nella sede dell’azienda di credito (o succursale) che ha ricevuto il deposito stesso. La natura di debito querable e non portable della banca era già da tempo affermato dalla dottrina e dalla pratica, per cui forse poteva considerarsi anche superflua, oggi, la presenza di una precisa disposizione in proposito.

La presenza della norma si può forse spiegare con il particolare rilievo assunto oggi nella nuova legislazione da parte del concetto di impresa bancaria, per cui il legislatore ha voluto espressamente domiciliare il contratto e le operazioni ad esso inerenti nella sede ove l’organismo bancario stipula il rapporto e dove esso viene perfezionato, escludendo così ogni possibile riferimento a quella che è la sede in senso legale dell’impresa.

La possibilità di una diversa pattuizione esplicita tra le parti incontra facile ed evidente spiegazione nella circostanza del frequente collegamento del deposito bancario ad uso con altre forme e figure contrattuali quali il giro bancario, il conto corrente di banca o di corrispondenza.

 

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

 

739 Il deposito di una somma di danaro produce trapasso della proprietà del danaro alla banca e obbligo di restituire il tantundem nella stessa specie monetaria (art. 1834 del c.c., primo comma). Di solito, per i depositi di danaro a risparmio la banca rilascia un libretto: in esso devono annotarsi tutte le operazioni, e la sottoscrizione dell’impiegato della banca fa piena prova nei rapporti tra questa e il depositante, purché l’impiegato che ha sottoscritto sia quello che figura addetto al servizio, senza che il cliente abbia l’onere di indagini sulla realtà dell’incarico apparente (art. 1835 del c.c.). Si attribuisco al libretto di deposito pagabile al portatore, anche se intestato al nome di una persona, il carattere di titolo di legittimazione (art. 1836 del c.c.); il che facilita le operazioni, consentendo alla banca di pagare validamente anche senza indagini sui rapporti interceduti tra l’intestatario e il presentatore del libretto, salvi sempre gli effetti del dolo e della colpa grave, a sensi del secondo comma dell’art. 1992 del c.c.. Al minore che abbia compiuto i diciotto anni si è riconosciuta la capacità di compiere le operazioni di deposito a risparmio (art. 1837 del c.c.) generalizzandosi una norma già in vigore per le Casse di risparmio, la quale oggi appare meno eccezionale di fronte al disposto dell’art. 3 che attribuisce al minore, con il compimento dei diciotto anni, piena capacità di agire nel rapporti di lavoro. Come opportuno temperamento si è ammessa l’opposizione del legale rappresentante del minore. Nei depositi di titoli in amministrazione (art. 1838 del c.c.), data la natura dell’oggetto, l’obbligo della custodia si completa con un complesso di altre prestazioni le quali, se attribuiscono alla banca il diritto ad un compenso (art. 1838, terzo comma), addossano però alla stessa dei doveri di diligenza, che non possono essere elusi con patti di esonero (art. 1838, quarto comma). La sanzione di nullità di questi patti tutela la massa dei depositanti e corrisponde agli scopi del contratto, che ha nella sua essenza la finalità di porre a carico della banca la cura di amministrare i titoli e le conseguenze di ogni trascuratezza in cui può fare incorrere l’attività relativa. Senza tale responsabilità i depositanti preferirebbero collocare i titoli in cassette di sicurezza.

 

Massime relative all’art. 1834 Codice civile

Cass. civ. n. 788/2012

 

Nel deposito bancario, negozio complesso di durata che costituisce un contratto d’impresa, caratterizzato da profili speculativi, in cui l’interesse della banca alla raccolta ed alla gestione del risparmio concorre con quello del privato alla custodia ed alla rimuneratività delle somme, l’obbligo restitutorio della banca sorge (salvo il caso di previsione di un termine convenzionale di scadenza del contratto) solo a seguito della richiesta del cliente, quale condizione di esigibilità del credito del medesimo, con la conseguenza che l’inerzia al riguardo tenuta non è interpretabile come manifestazione di disinteresse a far valere il suo diritto, cui possa collegarsi il decorso del termine prescrizionale, ma come mero esercizio di una facoltà, onde la prescrizione del diritto del depositante ad ottenere la restituzione delle somme depositate non inizia a decorrere prima che il cliente abbia richiesto la somma in restituzione, facendo sorgere il corrispondente obbligo della banca.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 788 del 20 gennaio 2012)

Cass. civ. n. 23844/2008

In tema di deposito bancario, la mera cointestazione del libretto comporta l’accensione di un deposito congiunto semplice, su cui ciascun cointestatario, se non può agire anche per l’altro, impedendogli la disciplina della comunione di estendere il proprio diritto sulla cosa comune in danno dell’altro, può, però, disporre della sua quota ed esigerla, stante la divisibilità dell’obbligazione di denaro.

(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 23844 del 18 settembre 2008)

Cass. civ. n. 17945/2003

L’obbligo di corrispondere interessi sulle somme depositate in banca, a norma degli artt. 1834 e 1835 c.c., non è legato all’esigibilità del credito restitutorio, ma discende dalle regole del deposito irregolare e del mutuo, cui questo è a tal fine assimilabile (artt. 1782 e 1815 c.c.): trattandosi, quindi, di interessi connaturati al mero fatto che le somme depositate siano poste nella disponibilità della banca depositaria, essi spettano al depositante per tutto il tempo in cui tale situazione perduri. Da tanto deriva che l’intervento di un vincolo esterno alla restituzione (pignoramento o sequestro) non incide sulla causa giuridica da cui deriva il debito per interessi, perché quel vincolo impedisce al depositante di richiedere nell’immediato alla banca depositaria la restituzione di dette somme, ma non le rende medio tempore indisponibili per la banca medesima.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 17945 del 25 novembre 2003)

 

Cass. civ. n. 15231/2002

Nel caso in cui il deposito bancario sia intestato a più persone, con facoltà per le medesime di compiere, sino alla estinzione del rapporto, operazioni, attive e passive, anche disgiuntamente, si realizza una solidarietà dal lato attivo dell’obbligazione, che sopravvive alla morte di uno dei contitolari, sicché il contitolare ha diritto di chiedere, anche dopo la morte dell’altro, l’adempimento dell’intero saldo del libretto di deposito a risparmio e l’adempimento cosa conseguito libera la banca verso gli eredi dell’altro contitolare.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 15231 del 29 ottobre 2002)

Cass. civ. n. 4389/1999

Mentre il diritto alla restituzione delle somme depositate vantato dal depositante nei confronti della banca, che abbia pagato a un terzo portatore del libretto di deposito ma non titolare del credito, ha natura contrattuale e si fonda sul deposito e sul pagamento al terzo con dolo o colpa grave, il diritto, del depositante nei confronti del terzo ha natura extracontrattuale e si fonda sull’illecito possesso della somma; conseguentemente, sul piano processuale le azioni proposte dal depositante nei confronti della banca e del terzo sono diverse, sul piano sostanziale le posizioni debitorie non sono legate da un nesso di solidarietà passiva. (In applicazione di tali principi si è affermato che la transazione conclusa tra depositante e terzo non produce effetti diretti sul rapporto tra depositante e banca e non comporta l’estinzione di questo, eventualmente realizzandosi l’effetto indiretto di incidere sul quantum dovuto dalla banca al depositante).

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 4389 del 3 maggio 1999)

 

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https://www.brocardi.it/codice-civile/libro-quarto/titolo-iii/capo-xvii/sezione-i/art1834.html?fbclid=IwAR21d-bSPXVTL3cJTB9flU7wm3CNR21xz0Qbt_Ov1k1CMUuAm1wTYVQeSNc